Lynne Shelby racconta i suoi dieci anni di carriera di scrittrice e il suo romanzo ambientato a Venezia
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La barca scivola lentamente sull’acqua. Poi la città appare, all’improvviso, come se fosse stata lì ad aspettarla fin dall’inizio. Lynne Shelby ricorda quell’arrivo in modo vivissimo, ed è proprio questo il motivo per cui il suo ottavo romanzo è nato.
«Basta guardarlo», mi dice. «Che galleggia tra il cielo e il mare». Un compleanno speciale, un viaggio prenotato d’impulso, e il gioco è fatto. Sapeva già che voleva scrivere un libro ambientato lì. Ci sono voluti solo qualche altro romanzo prima di mettersi all’opera.
“A Venice Summer” è uscito a maggio del 2026. Dietro a questo libro c’è una carriera che, come ammette la stessa Shelby, è iniziata quasi per caso.
Una lettera di rifiuto a quattordici anni, una vittoria dieci anni fa
Non ricorda un momento in cui non scrivesse. I piccoli quaderni verdi di scuola. Un manoscritto spedito a quattordici anni alla Puffin, la casa editrice per bambini, che le è stato rispedito indietro con un “no”. Ma l’editore che le ha mandato quel “no” le ha anche mandato una lettera così incoraggiante che Shelby l’ha conservata e ha continuato a scrivere per anni dopo quell’episodio.
Poi, nel novembre 2014, c’è stato un concorso. Accent Press e la rivista Woman cercavano autrici di narrativa femminile inedite e senza agente. Shelby, che era stata licenziata da poco, ha mandato tre capitoli. Dopo di che se n’è più o meno dimenticata. Succede spesso con i concorsi.
Gennaio 2015. È a casa da sola. Squilla il telefono.
È un’editrice della Accent Press. Ha vinto.
“Ho letteralmente urlato al telefono”, racconta, ridendo al ricordo. Suo marito era al lavoro. I suoi figli erano all’università o a scuola. Non sapeva chi chiamare, così ha aspettato, da sola con quella notizia, finché la famiglia non è tornata a casa e l’ha trovata che ballava per la cucina.
Quel romanzo, *French Kissing*, è stato il suo esordio. Nei dieci anni successivi sono seguiti altri sette libri, l’ultimo dei quali è *Dancing In The Moonlight* del 2025, e nel corso degli anni Shelby ha scritto sia per un editore tradizionale che, più di recente, per conto proprio come autrice indipendente.
Non dice che una strada sia migliore dell’altra. Una volta un editore ha cercato di convincerla a far invecchiare l’eroina da ventiquattro a trenta anni, ma Shelby, convinta che il personaggio funzionasse meglio da giovane, ha tenuto duro e ha vinto la discussione. L’editoria indipendente le ha invece dato l’ultima parola su copertine e titoli. «Non esiste davvero una soluzione valida per tutti», dice, e con questo chiude la questione.
Rose, Marietta e un ritratto che non riesce a rimanere finito
Ecco la trama, in breve. Rose è una restauratrice d’arte, appena uscita da una relazione difficile, mandata a Venezia per restaurare una collezione privata all’interno di un palazzo sul Canal Grande. Il proprietario del palazzo, Luca, proviene da una delle antiche famiglie dominanti di Venezia e, per dirla con le parole di Shelby, si comporta un po’ come un arrogante Mr Darcy. All’inizio non vanno d’accordo. Poi, pian piano, iniziano ad andare d’accordo.
Questa è solo la superficie. Sotto, sta succedendo qualcos’altro. Mentre Rose rimuove gli strati di vernice da un vecchio ritratto, la storia fa un salto indietro al 1536 e a Marietta, la donna raffigurata nel ritratto, la cui vita è interamente in balia di un padre che non va fatto aspettare.
Due linee temporali, che scorrono correttamente una accanto all’altra invece di intrecciarsi. Le parti dedicate a Marietta sono al presente. Quelle su Rose al passato. Anche il vocabolario cambia tra le due, cosa che Shelby ha fatto apposta, attingendo a un anno di studi di storia dell’arte risalenti a molto prima che iniziasse a scrivere narrativa. Il pittore in sé non esiste, anche se Shelby lo ha creato attingendo a figure rinascimentali reali che aveva studiato a fondo. Ciò che accomuna le due donne – da una parte la parola di un padre e dall’altra una donna che cerca di capire cosa vuole davvero – è proprio il punto in cui il libro dà silenziosamente il meglio di sé.
I romanzi con una doppia linea temporale sono notoriamente difficili da tenere insieme. Questo invece ci riesce.
Pseudonimi, valutazioni a stelle e un consiglio che vale la pena ripetere
Innanzitutto, uno pseudonimo. Lynne Shelby non è il suo vero nome: l’ha scelto seguendo un consiglio ricevuto all’inizio della sua carriera, secondo cui è meglio tenere separata la vita pubblica da quella privata e familiare. Legge le recensioni a cinque stelle. Salta il resto, senza scusarsi, partendo dal presupposto che un libro che non piace a un lettore può comunque essere perfetto per un altro.
I suoi libri sono opere a sé stanti, per sua scelta, legati solo da qualche personaggio che fa capolino da una storia precedente. A lei piace così, sia come scrittrice che, aggiunge, anche come lettrice.
Chiedile cosa direbbe a qualcuno che sta pensando di iniziare, e la risposta arriva subito. Partecipa ai concorsi. Non solo per la remota possibilità di vincere, ma anche per la disciplina che comporta il rispetto del numero di parole e delle indicazioni. E ricorda questo: un manoscritto deve finire sulla scrivania giusta solo una volta. «È tutto ciò che serve», dice. «Una sola persona».
È lo stesso principio che applica ai ritiri di scrittura creativa che ora organizza, uno dei quali si trova nascosto tra le montagne dell’Abruzzo, una regione di cui parla con vero affetto. Ascolta gli autori mentre descrivono come lavorano davvero, dice agli scrittori che partecipano. C’è sempre qualcosa da imparare. La sua stessa carriera ne è un esempio piuttosto convincente.
