Una storia di esilio e resistenza ne I contadini d’Abruzzo

book cover

L’omaggio di Roberta Scipioni Ball allo spirito italiano

Wendy recensisce libri ambientati in Italia. Per altri articoli come questo, iscriviti al suo canale Substack Scrittori d’Italia e contattaci tramite Sunflower Publishing. In qualità di Associato Amazon, possiamo guadagnare dagli acquisti qualificati. Informativa sulla privacy.

Ne I contadini d’Abruzzo, Roberta Scipioni Ball intreccia un’ampia e lirica storia di migrazione, difficoltà e resilienza umana. Ambientato nell’aspro scenario dell’Italia meridionale di inizio Novecento e nell’incerta promessa di una nuova vita in America, questo romanzo offre sia profondità storica che intimità emotiva. Sebbene i personaggi siano di fantasia, la storia pulsa con il peso dell’esperienza vissuta, traendo ispirazione dal passato ancestrale dell’autrice.

Si comincia nel 1910 nell’aspro paesaggio montano dell’Abruzzo, dove Anselmo Scipioni, un contadino in difficoltà, vede solo due opzioni: rischiare di morire di fame o andarsene. Cinquant’anni dopo l’unità d’Italia, la povertà attanaglia ancora le regioni meridionali e l’Abruzzo rimane isolato, con la gente che parla un dialetto a malapena comprensibile al di fuori delle proprie valli. Ball cattura il peso delle difficoltà generazionali in una prosa scarna e priva di sentimentalismi:

“All’età di 27 anni, Anselmo viveva ancora con i genitori e il fratello Vittorio. Per i contadini era un mezzo di sopravvivenza”.

Anselmo si unisce in un matrimonio riluttante ad Angela Tortora, una giovane donna di un villaggio vicino con una spina dorsale contorta e una madre feroce e dominatrice. Il primo amore di Angela, l’ingenuo e inconsapevole Vittorio, le sfugge quando un piano per intrappolarlo fallisce. Al contrario, sposa Anselmo, un uomo che non ama, e le loro vite si radicano non in Italia, ma al di là del mare, a nord di New York.

Ciò che rende questo romanzo così emotivamente coinvolgente è il suo rifiuto di romanticizzare le difficoltà. L’emigrazione stessa è descritta con cura meticolosa: il viaggio di giorni in un carretto di legno fino a Napoli, le due strazianti settimane in mare, gli interrogatori e le ispezioni mediche a Ellis Island. Non c’è melodramma, ma solo la lenta e dolorosa realtà dello sradicamento nella speranza di sopravvivere.

“Angela poteva procurarsi la farina già macinata in polvere e l’olio d’oliva già spremuto, in una bottiglia di vetro scuro. Dal fruttivendolo poteva comprare verdure che non aveva mai visto prima con il denaro. Che strano acquistare i suoi prodotti di base con la moneta!”.

In queste pacate osservazioni, Ball cattura la profonda dislocazione culturale che affrontano gli immigrati, soprattutto le donne come Angela, che lottano non solo con la lingua e il luogo, ma anche con l’identità. Angela non riesce ad abbandonare il vecchio mondo e rifiuta di abbracciare il nuovo. A differenza di Anselmo, che trova lavoro come tappezziere e cerca di costruirsi un futuro, Angela è consumata dal dolore, incapace di imparare l’inglese o di orientarsi tra le abitudini aliene della vita americana.

Il suo mondo interiore è dipinto con cura e dolore. Angela non è sempre simpatica, ma è reale. Il suo dolore è tangibile, la sua testardaggine comprensibile. Il lettore sente il peso del suo isolamento, il suo desiderio di essere tra la sua gente, di parlare una lingua che capisce, di eseguire rituali che conosce.

Dopo dieci anni, quando una tragedia colpisce la famiglia, torna in Abruzzo, ma l’Italia che trova non è più quella che aveva lasciato. Mussolini è al potere, l’atmosfera politica è soffocante e la sopravvivenza, ancora una volta, diventa una lotta quotidiana. Il ritorno non è un ritorno a casa, ma una resa dei conti.

Ball utilizza questo ritorno per sottolineare un tema centrale del romanzo: l’esilio non è solo una separazione fisica, ma anche uno stato psicologico. Né l’Italia né l’America offrono una consolazione completa e Angela e Anselmo, con tutti i loro sacrifici, non appartengono mai veramente a nessuna delle due terre. Anche il loro matrimonio è plasmato da questa situazione intermedia, non nata dall’amore, ma dalla necessità, eppure duratura a suo modo.

Lo sfondo dei cambiamenti storici è gestito abilmente. Dal declino del Regno delle Due Sicilie alla realtà del fascismo, il romanzo attraversa i principali cambiamenti politici senza sacrificare l’attenzione per la sfera domestica e personale. Scopriamo come vivevano le comunità rurali italiane, come amavano, piangevano, lavoravano e sopportavano.

Le descrizioni dei luoghi sono rese magnificamente. Le montagne abruzzesi sono selvagge e indomite, una metafora appropriata per i personaggi che le abitano. Il contrasto con il mondo meccanizzato e alieno del nord di New York non potrebbe essere più netto. Eppure, anche lì, la bellezza degli antichi rituali rimane:

“Angela si alzava ancora presto, impastava il pane come le aveva insegnato la nonna, lo lasciava lievitare sotto uno strofinaccio mentre fuori la città ronzava silenziosamente”.

Questa attenzione ai dettagli domestici è uno dei tanti punti di forza del romanzo. È attraverso questi piccoli rituali – cucinare, tessere, curare i malati – che l’identità e la dignità vengono preservate.

Perché consiglio questo libro

I contadini d’Abruzzo è un’esplorazione profondamente evocativa dell’esperienza degli immigrati, che riconosce lo strazio, la confusione e l’ambivalenza che accompagnano i grandi cambiamenti. È anche un ritratto intimo di una regione spesso trascurata nella storia italiana. L’Abruzzo, con i suoi costumi, i suoi dialetti e il suo paesaggio, emerge come un personaggio a sé stante. Attraverso una visione storica e una verità emotiva, Ball dà voce alle generazioni che l’hanno lasciato e a quelle che sono rimaste.

Questo non è solo un romanzo sull’immigrazione, ma sulla memoria culturale. Sul modo in cui la terra e la lingua ci plasmano e su ciò che si perde quando siamo costretti a lasciarle andare. Parla anche di resilienza, non quella patinata che si trova nei poster motivazionali, ma la resistenza reale e vissuta di persone che hanno continuato ad andare avanti di fronte al dolore, alla fame e all’incertezza.

La prosa di Ball è scarna ma lirica, il ritmo non è incalzante, i personaggi sono imperfetti ma indimenticabili. Il libro non urla mai, ma ascolta. Onora i silenzi, le cose non dette, la forza dei piccoli gesti.

In definitiva, questo è un romanzo sull’eredità, sui tratti tramandati non solo attraverso il sangue ma anche attraverso la storia, il lavoro e il sacrificio. Per i lettori interessati alle narrazioni di migrazione, alla storia italiana o alla narrativa domestica tranquillamente devastante, questa è una storia che rimarrà a lungo dopo l’ultima pagina.

Con tenerezza e grinta, I contadini d’Abruzzo ci ricorda che il passato non risiede solo in documenti polverosi o fotografie sbiadite. Vive nel linguaggio, nella resilienza, nella tenera determinazione di coloro che hanno resistito affinché altri potessero prosperare.

Questo articolo è stato adattato dalla mia recensione originale pubblicata su Sunflower Publishing.

Vuoi vedere la recensione di un altro libro? Leggi qui

Wendy Ridolini

Nel 2018, Wendy ha intrapreso l'entusiasmante compito di editing e correzione di bozze di "Olives and Earthquakes", un racconto di avventure in Italia scritto dal suo compagno dislessico.

Immagine di L'Italia attraverso lo specchio

L'Italia attraverso lo specchio

Creato da Kim Lovely, LaLovelyVita ha tutto ciò che ti serve per diventare l'ospite perfetto in Italia e per vivere il meglio di ciò che questo incantevole paese ha da offrire.

[sbtt-tiktok feed="13"]

Tutto ciò di cui hai bisogno

Entra in contatto